MASSIMO MEZZAVILLA
Direttore Artistico

Sembra uscito da una delle riviste patinate per cui lavora, Massimo Mezzavilla, mente da architetto unita ad una visione lucida e personale sul sistema della moda, è un rampante art director, che ha già collezionato importanti esperienze lavorative con i grandi nomi della moda, lavorando a campagne, editoriali, ma anche film, libri e mostre. Ha avuto la fortuna di girare il mondo con Mario Testino, una delle figure più influenti della fotografia contemporanea, e di carpire i segreti del mestiere da un grande art director come Susanna Cucco.

Come sei arrivato dall’architettura alla moda?

Mi sono laureato nel 2008 in architettura degli interni perché sono sempre stato interessato al product design, amo i lavori di Castiglioni, Gio Ponti, il design italiano in generale. Durante il primo anno di università, una ragazza mi chiese se volessi lavorare come modello e così iniziato una collaborazione con Fendi. Facevo le campagne vendita, ma anche i fitting per le sfilate. Sono cresciuto moltissimo avendo l’opportunità di imparare e coltivare l’interesse per la moda, prima di allora non avevo nessun punto di contatto con quel mondo.


Questo ti interesse ti ha portato a lavorare a Milano?

Durante gli anni da Fendi ho conosciuto molte persone, tra cui Luca Guadagnino, con il quale ho fatto diversi cortometraggi, è stato lui ad aprirmi gli occhi sul potere comunicativo della moda, come riuscisse ad arrivare a tutti. Da Fendi ho conosciuto anche Sergio Zambon che disegnava la collezione uomo, e dopo la laurea sono andato a lavorare da lui che stava lanciando il suo marchio. Attraverso Sergio ho conosciuto Susanna Cucco ed è per questo che sono andato a Milano. È stato grazie a questi incontri eccezionali, che ho avuto l’opportunità di sviluppare l’interesse per la moda e ho trasferito il mio interesse da quello che c’era davanti la fotocamera a ciò che succedeva dietro.


Milano ti ha portato delle esperienze lavorative che ti hanno formato, come si è sviluppato il tuo rapporto con lo Studio Cucco?

Ho lavorato 3 anni da Susanna Cucco e da lei ho imparato tutto, è stata un po’ la mia mentore. All’inizio non sapevo usare i software e quando sono uscito ero un professionista formato, dopo tre anni avevo un’idea, una visione e sono andato a lavorare a Londra da Mario Testino, dove ho lavorato per 6 anni. Abbiamo fatto davvero lavori incredibili, viaggiato, “visto il mondo dalla prima classe’’, come dice sempre Mario.

Cosa ti ha insegnato Mario Testino? Cosa ti è rimasto più impresso degli anni di lavoro insieme?

Innanzitutto ho imparato su qualsiasi livello, da come si pensa un progetto senza dare limiti alla tua visione fino a come ci si comporta sul set, come si parla a un cliente.
Mi ha insegnato che “la prima non è mai buona”, bisogna sempre provare, provare, mettersi in gioco, uscire dalla propria comfort zone, spingere le proprie idee il più possibile.

Immagino abbiate vissuto esperienze straordinarie. L’esperienza più incredibile di quegli anni?

Sicuramente uno dei momenti più importanti è stato quando è uscito il libro che abbiamo fatto insieme ‘Sir’ Mario Testino: un libro incredibile in edizione limitata. E’ stato per me un momento molto emozionante, di cui rimane un documento così importante. I viaggi insieme sono stati momenti unici, ricordo il primo in Giappone, un mondo completamente differente, fatto di stimoli continui.

Dopo diversi anni e tanti esperienze ora sei un Art director, che significa questa parola?

Art director è una definizione difficile da inquadrare perché ha un significato diverso a seconda dell’ambito. Nel mio caso io sono un fashion art director, nel senso che sono cresciuto professionalmente trovando idee e proponendo idee a clienti, fotografi, registi per fare progetti, che siano fotografici, video o riviste, ma anche grafiche e altro.


C’è un mezzo di espressione che senti più tuo?

Sicuramente lavorare in team è la cosa che mi entusiasma di più, a stretto contatto con un fotografo, un regista. Ho imparato a fare grafiche, libri, riviste, ma non nasco come grafico. Non ho una formazione accademica.


Invece il tuo background da architetto quanto ti ha aiuta nel tuo lavoro?

L’idea di progetto è fondamentale perché l’approccio progettuale è quello di risolvere passo per passo una serie di problemi, che si può applicare ad un progetto spaziale, un 3D, un interno così come al design di una pagina, di una rivista o lo scatto di una foto.
È un approccio, è un modo di ‘break down things’ avere una “check list” mentale. Un’altra cosa importante che mi ha insegnato Mario “think out of boxes”.

Cosa ami di più del tuo lavoro? Cosa senti di più tuo nel momento creativo?

La cosa che mi interessa è l’opportunità di creare significato dietro un linguaggio visuale, o meglio creare delle immagini e dei contenuti video che abbiano un significato, o darglielo. Non creare immagini fino a se stesse, ma che abbiano una profondità, un’umanità e che possano parlare a qualcuno.

Nel lavoro pratico, per esempio nella relazione col fotografo, come traduci la tua idea attraverso la visione di un artista?

Basta partire dal presupposto che io come art director posso avere una visione, che viene poi condivisa con un artista e di conseguenza non uscirà mai quello che mi ero aspettato ed è proprio in quel momento l’alchimia: l’idea di passare il testimone a qualcuno che sa come tradurla. Ci sono fotografi che hanno meno personalità o interesse a prendersi l’impegno di trasformarla in altro, e che quindi sono bravi a traghettare l’idea e renderla vera, ma ce ne sono altri che riescono a renderla loro.

Quando fai ricerca a quale mondo artistico fai riferimento?

Sicuramente il cinema che è molto importante, perché oggi ci viene richiesto di produrre molto contenuto video. Cercare referenze nel mondo delle immagini non ha molto senso quindi, il contenuto video richiede una conoscenza del linguaggio video, di un suo ritmo, il cinema sta diventando sempre più importante per me. Il primo regista che mi viene in mente è Michelangelo Antonioni, ma anche la leggerezza di alcuni lavori di Dino Risi, l’intelligenza o anche crudeltà di Mario Monicelli, come ne “La ragazza con la pistola”. L’Avventura, La Notte e L’Eclisse di Antonioni sono sicuramente tra le mie referenze più forti.


Sei tornato di recente a Roma quale è il tuo rapporto con questa città?

È interessante perché offre infinite ispirazioni, è una città che sa farti stare bene ma non ti fa crescere. Ne comprendo il fascino ma non lo subisco. Di solito sono affascinato dalle cose che non conosco. Le cose per cui provo una passione le divoro fino a quando non trovo interesse per altro. Al momento trovo molta ispirazione nel mondo del Cina, Shangai, Hong Kong, sono posti che mi piacerebbe esplorare.


Se dovessi definire il tuo talento?

Il mio punto di forza è la curiosità. Mi piace trovarmi in un posto in cui so di dover comprendere molto, essere nella condizione in cui so di dover imparare e trovare un senso alle cose, una mia chiave di lettura, una lente attraverso cui leggere la realtà in maniera personale


Il tuo rapporto con la moda?

È un’industria che offre infinite ispirazioni e infinite opportunità di collaborazioni. E’un universo che in dieci anni è cambiato radicalmente, ed è sempre in continua espansione.
Anche il modo in cui lavoro è cambiato radicalmente, questo per me è molto interessante, perché rappresenta davvero una delle industrie più dinamiche in cui è possibile lavorare.

Quanto la rivoluzione digitale sta realmente cambiando il sistema della moda?

Il ruolo dell’art director all’interno dell’industria è cambiato radicalmente. Ho iniziato lavorando principalmente su campagne pubblicitarie fotografiche, con enormi budget per 6-8 fotografie, ora gli stessi scatti vengono metabolizzati su instagram con due scroll. I social hanno cambiato l’impatto delle campagne pubblicitarie nel valore, nel significato, nella profondità, e non necessariamente in peggio, siamo semplicemente andati avanti. La qualità dei contenuti, dovendone fare molti di più non è necessariamente la stessa, però si è avvicinata l’idea di qualità e quantità, ora è un discorso più equilibrato. Gli avanzamenti tecnologici, i social media hanno sicuramente avuto un impatto impensabile sull’industria della moda e il discorso del piacere a tutti indistintamente sta mostrando in sé delle proprie criticità.

Qual’è il tuo punto di vista su questa questione?

Rispetto molto la scelta di alcuni brand di non dover dire per forza qualcosa ogni giorno, ritengo importante prendersi una pausa e avere il coraggio di pensare di più rispetto a quello che tutti i giorni viene detto. È un discorso anche di identità del brand.
Anche io sto cercando di capire il mio rapporto con i social media, ogni tanto prendo delle pause. La moda è anche fatta di corsi e ricorsi, non mi stupirei se tra qualche stagione dovesse spuntare un brand che non fa alcuna comunicazione e fa dell’ermetismo la propria cifra stilistica e culturale, sarebbe anche piuttosto interessante. Sono sostanzialmente nuovi strumenti e molti ne hanno fatto una chiave di comunicazione molto interessante, altri no, propongono del materiale che stanca. Ma è un discorso che riguarda anche noi in quanto fruitori, è importante mettere al centro del discorso se stessi, la propria capacità di sentirsi e vivere le cose, trovare l’equilibrio in tutto.


I tuoi progetti per il futuro?

Tornerò a viaggiare, sono in cerca di nuove sfide.