DELFINO SISTO LEGNANI
Fotografo

Uno spazio luminoso e colorato, dove ogni oggetto sembra in mostra per offrire un’ispirazione, un punto di vista, lo sviluppo di un processo e un ragionamento creativo: questo è il rifugio del poliedrico fotografo Delfino Sisto Legnani. Grazie alla sua laurea in architettura, la sua visione della fotografia è scientifica e filosofica allo stesso tempo: un approccio progettuale all’obiettivo fotografico che gli ha permesso di diventare un punto di riferimento internazionale per l’architettura e il design. E’ infatti un dialogo aperto di continuo scambio con luoghi, spazi e oggetti insieme ad un grande entusiasmo ad averlo portato a scattare per le più importanti riviste di settore come Domus, per citarne una su tutte, ma anche a curare art direction e campagne per grandi brand internazionali. Non solo, ha anche fondato insieme a tre soci uno spazio no profit dove gli artisti sono obbligati ad uscire dallo loro confort zone, per intraprendere nuove pratiche.

1 – Partiamo dall’inizio. Come ti sei avvicinato alla fotografia?

Sono arrivato alla fotografia attraverso l’architettura, dove il tema della rappresentazione è sicuramente importante. Parlando di progetti: prima devi rappresentarli, devi disegnarli, fare montaggi, fare foto alle location. Lavorare, comunque, con le immagini.
Ma il vero spartiacque per me è stato l’incontro con Ramak Fasella, fotografo iraniano che ha vissuto per 15 anni in Italia facendo fotografie per magazine di architettura e design come Domus e Abitare. Sono arrivato da lui in studio quasi casualmente, durante una festa.
Io facevo l’assistente al Politecnico per Giancarlo Floridi: da un giorno all’altro ho conosciuto Ramak e ho capito che questa passione per la fotografia poteva essere un vero e proprio lavoro. Ramak poi è partito, mi ha passato un paio di lavori che sono andati bene, quindi ho continuato con quello che lui aveva lasciato qui in Italia.

2 – E da lì, qual è stato il tuo percorso?

È stato tutto abbastanza casuale: sicuramente l’obiettivo era emergere, riuscire a esprimere il mio punto di vista. Questo è avvenuto poi in modo veramente curioso: ho iniziato con Vogue Italia facendo ritratti durante gli eventi, che è un lavoro super tecnico. Però mentre gli altri fotografi, quelli delle agenzie, si posizionavano tutti dritti a scattare queste foto, io mi spostavo leggermente, mi mettevo un po’ di lato. La mia luce, che era completamente diversa, piaceva molto e da lì hanno iniziato a chiamarmi per fare ritratti.
I ritratti però non mi divertono moltissimo, a meno che non ci sia una persona particolare da fotografare – ed è difficile – diciamo che non capita spesso.

3 – Preferisci gli oggetti…

Si, o meglio il progetto: raccontare e criticare il progetto

4 – Spiegami meglio, che significa per te “il progetto”?

Dalla città, quindi da un progetto umanistico, sociale e politico al progetto di un bottone o di una maniglia, la scala varia tantissimo. La mia è una fotografia documentaria e spazia dal dettaglio super stretto alla veduta urbana più ampia. Progetto è tutto.

5 – Prima mi dicevi che hai lavorato quasi 10 anni con le riviste

Si, ho iniziato con Domus che era orfano di Ramak. Nel frattempo il direttore è diventato Joseph Grima che è rimasto per 3 o 4 anni: è in quegli anni che sono maturato, nel senso che prima non avevo competenze tecniche specifiche.

6 – Quindi non hai mai fatto una scuola di fotografia…

No, purtroppo, anche se mi sarebbe piaciuto moltissimo. Ho imparato sul campo, dai libri, su internet.

7 – Per te cosa significa la fotografia?

Fotografia è un modo di comunicare la realtà.

8 – Potremmo dure che è il filtro attraverso cui guardi le cose?

Sì. Per prima cosa la fotografia per me è un lavoro. Certo, è una passione, ma è anche ciò che mi dà da vivere.

9 – Ci sono dei fotografi o degli artisti a cui guardi o hai guardato, che rappresentano un po’ il tuo punto di riferimento o che hanno influenzato il tuo percorso?

Sicuramente Ramak posso considerarlo il mio maestro. È la persona che mi ha introdotto alla fotografia. Mi piace tutta la scuola di Dusselrdoff. Se dovessi comprare una foto comprerei sicuramente un loro lavoro. Becher, Gursky o Ruff. Queste sono sicuramente le fotografie che mi piacciono.

10 – Parliamo del tuo metodo o di una pratica che adotti. Qual è la prima cosa che ti colpisce di uno spazio?

La prima cosa che guardo è sicuramente la luce. Tento di piegare la luce, le condizioni di luce a quello che ho in mente e che percepisco. Poi tento di sintetizzare quelle che sono le linee del progetto.

11 – Sembra molto maniacale, quasi una forma di feticismo…

Sicuramente ho un feticismo per i dettagli. Da Carlo Scarpa in poi tutto ciò che è dettaglio, le finiture, l’intersezione di piani, di materiali, mi piacciono molto.

12 – Che rapporto hai con il design?

Mi sarebbe piaciuto fare il designer. Ho una passione particolare per le forme, per i materiali. Mi piace tantissimo giocare con i materiali.

13 – Vale lo stesso discorso per la moda o la temporaneità la rende completamente differente?

È differente. La moda è sicuramente istantanea, qualcosa di molto legato alla contemporaneità. Anche l’architettura per motivi diversi lo è. Ma lavorare per la moda per me spesso è meno interessante

14 – Perché?

Vedere dei progetti di moda, delle collezioni dove c’è un’idea e uno sviluppo che le rendano davvero interessanti è molto raro.

15 – Stai portando avanti anche un tuo discorso artistico personale?

Ho fatto diverse mostre. Una a Roma alla galleria Campo.
Ho anche uno studio, che ho aperto nel 2015, dove c’è uno spazio espositivo no profit. MEGA è un luogo dove gli autori sono chiamati ad esprimersi in modo non conforme alla loro attività. Ad esempio un fotografo non deve far foto, un pittore non deve far pittura. Mi piace questa idea di togliere l’artista da questa zona di comfort. È curato da me, Davide Giannella, Giovanna Silva e Joel Valabrega.

16 – Sai che il tema del progetto è il talento. Secondo te qual è il tuo talento?

Non lo so. So cucinare abbastanza bene, ho un ottimo rapporto con i cani. Sul lavoro probabilmente è la capacità di riuscire a portare delle idee, un punto di vista differente al cliente nonostante questo ti dia dei margini molto stretti.

17 – Possiamo dire che un altro tuo talento è l’art direction

Più della metà dei lavori che escono dal mio studio non li scatto io. Nel senso che li scattano poi fisicamente altre persone che seguono delle mie linee guida, ma mettono molto della loro creatività e visione. Questo è il bello di uno studio. Partire con persone che sono cresciute con me, ma che iniziano a prendere una loro via autonoma e a esprimersi attraverso un loro linguaggio, che a me piace e che apprezzo. È interessante avere punti di vista diversi. Il prossimo progetto grosso di questa casa editrice è legato ad autori che hanno in un certo senso a che fare col lavoro del mio studio. Il prossimo libro, a cui sto lavorando da due anni è su Ramak. E poi ci sarà una rivista di architettura OVER, dove si parlerà anche di moda, società etc, però con un taglio ben preciso.

18 – Il tuoi prossimi progetti?

Il prossimo progetto è una casa editrice, legata ad autori che hanno a che fare col lavoro del mio studio. Sto pensando anche ad un’agenzia che offra dei servizi ancora più ampi e sto lavorando da due anni ad un libro su Ramak. E poi ci sarà una rivista di architettura OVER, dove si parlerà anche di moda, società etc, però con un taglio ben preciso.