CRISTIANO LEONE
Direttore Artistico

La luce dorata del lungotevere si riflette sui tetti della città di Roma ed entra con prepotenza nelle stanze dall’atmosfera calda e accogliente del nuovo appartamento di Cristiano Leone. Sul tavolo libri e ultimi progetti di quello che potremmo definire una figura poliedrica: filologo, accademico, curatore, divulgatore. Diversi aspetti di un’unica esistenza in una ricerca continua di nuove prospettive contemporanee per rileggere e valorizzare il patrimonio artistico italiano.

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Partiamo dal tuo background, dove hai studiato?

Sono un filologo romanzo, ho un background accademico: mi sono laureato a Parigi e in Italia, ho fatto programmi di scambio dagli inizi dei miei studi. Ho iniziato all’università di Napoli e lì ho conosciuto il mio mentore universitario, Laura Minervini: quando ci siamo conosciuti ha capito quanto fossi appassionato alla ricerca pura, così mi ha consigliato di andar via e fare più esperienze possibili all’estero e studiare quante più lingue possibile. Ho approfondito la conoscenza in particolare delle lingue morte latino, romanzo, castigliano, francese antico. Ho cominciato molto presto a pubblicare, il mio primo libro l’ho scritto durante la laurea triennale: la traduzione di un testo latino: la prima edizione commentata de Le mille e una notte, compilata nel 1100 da un orientale per gli occidentali. Poi ho continuato a fare ricerca mentre mi specializzavo in filologia romanza, in quel periodo ho scoperto un altro scritto nella biblioteca di Berlino, pubblicato con l’Accademia dei Lincei e in seguito ho iniziato un Dottorato Europeo, internazionale tra Francia, Italia, Spagna e Svizzera.

Quando hai iniziato a mettere a fuoco la tua vocazione curatoriale?

Mentre insegnavo in Belgio ho capito che mi interessava principalmente occuparmi di progetti culturali per un numero più importante di persone, non una nicchia. Così ho deciso di riprendere gli studi: ho studiato management con un executive MBA, quindi ho spostato completamente il mio asset verso aspetti molto più imprenditoriali, ho lavorato in una spin off per un gruppo del settore healthy e ho creato una accademia di formazione online, per poi tornare in Francia dove ho lavorato per la Sorbonne Université, con la costituzione di programmi educativo – culturali e insegnato alla Science Po – dove avevo due cattedre una di estetica comparata e una di civiltà – per poi tornare a Roma alla Luiss, dove attualmente insegno programmazione culturale.

Il passaggio dalla filologia romanza alla programmazione culturale quando è avvenuta di preciso?

L’esperienza della Sorbona, con la costituzione dei corsi di laurea, ha giocato un ruolo cruciale: occupandomi insieme ad insegnanti e ricercatori di progetti sperimentali nell’ambito della creazione e dell’educazione. Il principio è lo stesso, anche oggi che ho un lavoro più creativo, mi sento come un direttore d’orchestra, poiché metto insieme musicisti, artisti, creatori cercando di elaborare progetti multidisciplinari, creando delle sinergie tra diversi artisti. Insieme, lavoriamo per la valorizzazione del patrimonio storico.

Come ti sei ritrovato a Villa Medici?

Penso sempre che nel lavoro sia più importante essere a contatto con persone ispiranti che in istituzioni prestigiose, nel caso di Villa Medici ho avuto la grande fortuna di poter unire questi due aspetti. Volevo lavorare con Muriel Mayette – Holtz – che avevo potuto apprezzare come Amministratrice generale della Comedie Française, in qualità di spettatore – mi è sempre apparsa una donna forte, energica. Quando fu nominata direttrice di Villa Medici la contattai dicendole che vivevo tra Francia e Italia e volevo lavorare per la sinergia tra queste due culture: così ci siamo incontrati.

In che modo ha inciso l’incontro con Muriel?

Per me lei è quella che si chiama âme sœur, intellettualmente è stata la mia finishing school. Oggi cerco di fondere una visione scientifica accademica, analitica con una sintetica, che accolga il pubblico nel rapporto con l’arte, l’educazione e la cultura; questo l’ho appreso grazie a lei.

Qual’è stato il momento più bello di questi tre anni a Villa Medici?

Una cosa che mi è rimasta nel cuore è l’incontro con Emmanuelle Riva, una grandissima attrice di teatro e di cinema, è nel mio cuore anche per “Hiroshima mon amour”. Venne per una lecture, abbiamo cenato assieme e ho avuto modo di parlare con lei a fondo. Sapeva che sarebbe stata la sua ultima conferenza, aveva 93 anni ed era molto malata, preoccupata di come il mondo si stesse evolvendo. La ricordo come una donna di grandissima semplicità e professionalità straordinaria, nonostante le sue deboli forze riuscì a fare un intervento magistrale: un momento di grazia. Un altro momento indimenticabile fu l’incontro con Jean-Paul Goude, il più grande pubblicitario francese. Ecco, mi ritornano in mente con tutti i dettagli, le cene, le chiacchierate, le riflessioni i dubbi e i bei momenti vissuti con questi straordinari personaggi.

Sei passato dall’ambiente accademico a quello creativo, ricoprendo anche il ruolo di art director. Esiste una connessione tra due esperienze così distinte?

Si, per me la musica e l’arte contemporanea, in generale la sperimentazione contemporanea sono l’aspetto quasi concreto di quello teorico insegnato all’università. Alla base, in ogni progetto c’è una volontà pedagogica, ovvero di diffusione culturale. Per me insegnare la geopolitica del mediterraneo o fare un progetto di musica elettronica in un contesto archeologico, sono due aspetti della divulgazione del sapere. Oggi è fondamentale che anche nelle università come nei musei gli insegnamenti prendano vita, una forma, un corpo e che possano essere mostrati.

C’è una forma d’arte che preferisci, a cui ti senti più vicino?

Come natura, formazione sono curioso e la curiosità mi spinge poi a studiare. Quindi studio diversi campi della creazione. Quello che che mi è più congeniale, in questo momento, è la musica, per me essenziale: ho studiato musica ma ho iniziato a lavorare con i musicisti da poco, da tre anni circa. La vedo come una sorta di esteriorizzazione del mio mondo interiore.

La senti in modo più diretto, la musica…

Credo che ci sia una autenticità nella musica che è immediata, non si può ingannare nella musica.

Hai un artista di riferimento?

Forse come artista contemporaneo James Turrell, mi piace moltissimo e trovo che abbia una dimensione spirituale che per me è fondamentale nell’arte. Lavora moltissimo con le luci sulla sincronizzazione dei corpi celesti. Quando entri nelle sue opere hai un impatto cromatico che ti distoglie dalla realtà concreta e ti porta verso qualcosa di molto più ancestrale.

Perché ti piace il palcoscenico?

In realtà mi piace stare sul palcoscenico perché mi rafforza, sono molto timido e tutta la mia esistenza è stata dedicata a vincere questa timidezza. Una volta ho presentato la cerimonia per la premiazione dei dottori di ricerca di tutte le università della Sorbona al theatre de Chatelet davanti a circa duemila persone, su uno dei palchi più importanti di Francia e per me fu una forte emozione: tremavo anche se mi hanno detto non si notava. In realtà se avessi potuto scegliere cosa essere nella vita, in assoluto avrei scelto danzatore o cantante: la verità è che adoro chi riesce a fare del proprio corpo un’arte.

Qual è il tuo talento?

Il metodo. Penso di aver acquisito un metodo grazie alla filologia che mi ha permesso di incanalare la mia curiosità consentendomi di ‘imbrigliare’, canalizzare la volontà di toccare e capire le cose. Connetto le cose per un’esigenza puramente egoistica di trovare il mio senso nel mondo.

Come metodo intendi l’essere metodico o un processo, un approccio tuo?

Io studio, qualunque cosa io faccia la studio, vado in profondità, quanto più possibile nella materia. A quel punto rifletto, discuto con gli artisti per capire come quel lavoro possa essere valorizzato e possa accogliere nuove sfide, accogliendole insieme a me. Il mio è un ruolo di accompagnamento.

Nel futuro come ti vedi?

Mi piacerebbe potermi davvero consacrare ad una istituzione per un po’ di tempo e darle vita aprirla, farla conoscere, poter sempre di più lavorare sul legame tra patrimonio storico e arte contemporanea. Ciò che vorrei davvero è instaurare nel pubblico l’idea del piacere, del gusto per la cultura, lavoro sull’idea di diffusione. In Francia la “volgarizzazione” è un concetto bello, in Italia sembra che o si debba volgarizzare nel senso di banalizzare o si tende a parlare sempre a pochi eletti, invece mi piacerebbe riuscire a trovare il giusto mezzo e proporre progetti di alta qualità in modo semplice. Dare le chiavi al pubblico per comprendere è essenziale altrimenti il gap tra i fruitori dell’arte e gli artisti si farà sempre più vasto e diventerà caricaturale. Per questo è essenziale che la gente comprenda ciò che sta avvenendo oggi nella sperimentazione contemporanea e io sento di voler assumere un ruolo istituzionale, di far comprendere, spiegare.

La tua è una velata critica all’arte contemporanea?

Non ci si può disconnettere dalla realtà e bisogna sempre rendersi conto che l’arte, la cultura devono esistere per il più ampio numero di fruitori. Non ci si può rivolgere all’élite e coloro che hanno il privilegio di essere élite. Noi che abbiamo questo privilegio dobbiamo riconoscerlo e dare la possibilità agli altri di usufruirne allo stesso modo, dobbiamo accogliere non cacciare.

Questo è un discorso anche di comunicazione?

Si è fondamentale, ha un ruolo primordiale. Il tema della comunicazione è svilente, quando invece è valorizzazione diventa fondamentale, anche in termini politici e culturali.

 
Intervista di Alessio De’ Navasques
Foto di Andrea Buccella